Una manciata di giorni. Settimana dove il sole rovente fa maturare i frutti migliori.

Un piccolo gruppo di evangelico ricordo: 12 giovani e 1 quasi giovane.

Insomma, ci sono buoni auspici e presupposti perché l’esperienza di questo manipolo di ragazzi ultra 18enni possa essere qualcosa di significativo, arricchente e massiccio.

Si approda in Calabria, a Fuscaldo, in attesa di volti, racconti, passioni, fatiche, spunti e ostinazioni che possano farsi compagni di viaggio del nostro cercare, del nostro essere giovani e del provare a capire e ad amare un po’ di più questa condizione precaria di scelta, sospesa tra i bambini che abbiamo imparato ad essere e gli adulti che vorremmo provare a diventare.

E la nostra settimana colleziona souvenir importanti, raccolti tra un pizzico di lavoro nei campi e in bottega – in cui si confezionano conserve, passate di pomodori e melanzane –, trovati tra le storie delle persone incontrate che ci hanno spalancato le porte di casa e le amicizie dei loro paesi, intuiti tra le righe di modi di fare, di stili di vita e di Chiesa che ti colpiscono proprio per la loro diversità rispetto a quelli a cui –oramai –abbiamo fatto il callo.

Il tutto naturalmente condito dalle spiagge del litorale, dai tramonti sul Tirreno e i sapori intensi del sud.

E ci riportiamo a casa parecchio, molto ancora da lasciar decantare e da raffinare.

Innanzitutto abbiamo trovato grande accoglienza. Ci siamo sentiti attesi e aspettati: un invito anche per noi ad aspettarci qualcosa di non banale e di non scontato, di non attraversare quegli 8 giorni da turisti o da passanti. Già questo avvio ha dato un tono e un gusto forte a quest’avventura.

E abbiamo incontrato innanzitutto l’esperienza della cooperativa “Il segno”, nata dal sogno azzardato che a Fuscaldo si potesse scommettere sull’agricoltura per creare lavoro e liberare delle risorse per i giovani del luogo. Abbiamo messo le mani nella terra dove affondano le radici di questo progetto – tra le coltivazioni di pomodori, di melanzane e di peperoni – e proprio lì, a stretto contatto con la terra, veniva da considerare quanto coraggio ci voglia per investire energie e risorse nel proprio territorio, senza voler andare a cercare per forza posti e condizioni migliori da altre parti. Abbiamo avuto modo di sentire sulla pelle cosa significhi credere nella propria terra, guardare con lungimiranza a colline di sassi e vedere campi verdi, essere disposti a inventare con intraprendenza e fantasia qualcosa che permetta anche ad altri di potersi innamorare di quei posti che si chiamano casa e da cui non ci si vorrebbe allontanare solo perché le rotte convenzionali del lavoro e del futuro – nel 2015 – sembrano passare altrove. No, qui.

E poi l’incontro con la giovane e frizzante amministrazione comunale di Carlopoli – che investe in cultura, associazioni e valorizzazione delle bellezze del territorio – le parole di don Ennio Stamile – che nella sua pastorale più volte si trova a dover avere a che fare con la criminalità e il mondo dell’illegalità – il lavoro della cooperativa R-accogliere – che si prende cura del disagio e della fragilità sociali nell’impegno della promozione della raccolta differenziata nel territorio di Cosenza – sono state un colpo sferzante al nostro quieto vivere da lombardi un po’ indifferenti e lontani dalla posta in gioco delle questioni politiche. Testimonianze di uomini e donne normali e comuni, ma competenti e appassionati del bene di tutti, di quel pezzetto che tocca proprio a ciascuno e di cui ci si lava via volentieri la responsabilità e l’onere. Ci hanno regalato esempi di realismo, impegno e desiderio di essere protagonisti dove si giocano le partite vere della convivenza, della cittadinanza, delle condizioni che permettono futuri diversi e migliori.

Abbiamo poi sfiorato esperienze di Chiesa molto diverse dalla nostra. Una Chiesa di parrocchie meno radicate e di associazionismi più stagni, che per certi aspetti appare più affaticata, più scarna e in seconda linea su tante questioni; ma nello stesso tempo, capace di essere fermento e lievito da cui prendono poi le mosse altre iniziative, altri orizzonti, altri tentativi. Fa pensare a quante energie investiamo noi per alimentare i nostri impianti mastodontici di oratori, caritas, sportive, scuole materne… E quante poche forze restino per innescare dinamiche virtuose al di fuori dei nostri ambienti e delle nostre cose. Rimangono domande su cosa significhi essere vicini alla vita della gente, ma anche su cosa significhi essere lievito capace di inaugurare strade e forme nuove, capace di disseminare tracce di Vangelo nella vita della società…

Insomma, torniamo carichi, con tanti punti di domanda, con qualche convinzione in più e qualche pezzo che sembra aver trovato il suo giusto posto. Abbiamo imparato che i semi gettati con passione germogliano davvero, anche se in modo inatteso. Rimaniamo in attesa.